Credere e non credere

Questo è un momento di crescente ateismo. Anche coloro che si dichiarano agnostici sono di fatto atei, non vivono una esperienza religiosa, non pregano, non chiedono aiuto a Dio. In realtà talvolta lo fanno magari nel momento del pericolo della malattia o dell’angoscia. Quindi dovrebbero essere piuttosto chiamati degli atei intermittenti. Ma proprio il fatto che in queste persone il divino si presenta in modo discontinuo e solo quando crolla il sistema delle certezze e delle sicurezze abituali, mi fa pensare che proprio questa discontinuità sia una esperienza importante del divino e del sacro. Questo in contrasto con l’idea corrente che la divinità nelle società storiche sia sempre presente perché è la personificazione di potenze naturali o sociali.

Il pantheon egizio, greco romano e germanico sono di questo tipo. Fa eccezione il mondo ebraico dove sempre si presenta un unico dio ed è proprio questo unico dio che diventa il Dio di cui parlano i religiosi e gli studiosi dell’occidente. La pluralità degli dei non è più presa in considerazione. Ma la differenza fra il dio unico e gli dei non è assoluta. Dio e gli dei hanno in comune le esperienze descritte da Rudolph Otto, il mirum, il misterium, il fascinans, il tremendum. Ma attenzione, non le hanno di solito  in modo continuo e quotidiano, ma in modo saltuario, discontinuo. Anche il mistico si incontra in modo discontinuo con Dio. Perfino lo stato teopatico non dura a lungo. Il sacro è sempre una rivelazione, una manifestazione, una irruzione. Quando nel film La mia Africa i Kikuyo comunicano alla baronessa che è bruciata la fattoria dicono “È arrivato Dio”.


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