Olga Pombo: «Pensare vuol dire allargare i confini»

La filosofa della scienza portoghese, invita a praticare un sapere dove si fondono molte discipline, per evitare il vicolo cieco dello specialismo

«A scuola e fuori dalla scuola, in università, nelle istituzioni di ricerca e di produzione del sapere, l’interdisciplinarità corrisponde a un tentativo positivo e ottimista di sviluppo armonico e integrato della cultura umana». A parlare è Olga Pombo, già Coordinatrice del Centro di ricerca di filosofia della scienza (CFCUL) dell’Università di Lisbona, Direttrice della rivista Kairos (De Gruyter) e tra le più autorevoli voci contemporanee in materia di interdisciplinarità. Nel vivace contesto accademico lusitano, che non a caso ha ospitato proprio in questi giorni la 30a edizione delle Olimpiadi internazionali di filosofia, già nel 2013 Olga Pombo teneva a battesimo un dottorato dedicato a “Filosofia della scienza, tecnologia, arte e società” che faceva, appunto, del dialogo fra saperi una pratica virtuosa. Oggi, discutere di interdisciplinarità può perfino sembrare ridondante. In effetti, chi avrebbe mai il coraggio di opporsi dato che nei luoghi della ricerca l’aggettivo “interdisciplinare” è fra i più usati? A chiarire meglio i termini della questione ci aveva però pensato qualche anno fa Marcelo Dascal. Nel suo libro-intervista A crua palavra, il filosofo israeliano aveva infatti segnalato la presenza di un paradosso: «Si parla molto di interdisciplinarità, si creano discipline interdisciplinari (per esempio, le scienze cognitive), ma nei momenti salienti ognuno resta chiuso nella sua disciplina o afferrato ad essa come ad un ancora di salvezza. C’è – aveva concluso – una domanda di disciplinarità contraria al parlare di interdisciplinarità».


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