Gesù ha insegnato a perdonare “settanta volte sette”, cioè sempre.
Si deve perdonare per non essere ulteriormente vittima del male subìto. Infatti, fino a quando non si perdona, il male subìto agisce in noi provocando malessere, desiderio di vendetta, collera, disarmonia. La nostra energia interiore ne viene risucchiata, sporcata.
Occorre perdonare anzitutto per il bene di se stessi, un perdono primariamente come oblio, come cessazione del rapporto, per evitare che il ricordo del male perpetuamente alimenti altro male, in una perversa spirale che trascina giù, a danno di chi la coltiva in se stesso (non a caso Aristotele, sempre così attento alla concretezza biologica, scriveva che “chi non è incline al pentimento è incurabile”). Solo in un secondo tempo, per chi ne sarà capace, potrà sorgere il perdono anche come attivo sentimento verso colui che ci ha procurato del male. Ma il primo livello biologicamente necessario è alla portata di tutti, per evitare di essere continuamente risucchiati dal gorgo del male subìto, visto che il male genera male, produce malessere e ci avvelena dall’interno.
Perdonare in questo senso primario, dunque, è un atto di igiene mentale e spirituale: è la decisione consapevole di recidere quel legame tossico che ci tiene ancorati al passato e al dolore inflitto. È un liberarsi dal carnefice, non tanto per lui, quanto per noi. Non è richiesto che si ami o si comprenda chi ci ha ferito; è sufficiente abbandonare il fardello di risentimento e vendetta che, paradossalmente, infliggiamo solo a noi stessi.
Solo quando la nostra mente è liberata dall’ossessione del male subìto, e lo spazio interiore non è più occupato dal “fantasma” dell’offensore, si crea la possibilità di voltare pagina, di guarire e di tornare a dedicare le proprie energie alla costruzione del proprio bene, invece che all’inutile e logorante ruminazione del male. È la condizione essenziale per non rendere il male subito un male auto-inflitto che non ha mai fine.


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