DON LUCA PEYRON: «IL WEB HA BISOGNO DI VANGELO»

Ha fondato e dirige il Servizio per l’apostolato digitale dell’arcidiocesi di Torino. «Già Pio XII, negli anni Trenta, ci diceva che i preti devono capire la tecnologia»

A don Luca, classe 1973, la città di Torino scorre nel sangue, è impressa nel suo codice genetico, anche se l’Italia la ama un po’ tutta. Non è colpa sua, va detto. Quasi ogni generazione, da qualche secolo a questa parte ha visto un Peyron fare cose buone e interessanti partendo da Torino. Non solo, in famiglia si conta quasi un prete a generazione. Lui è l’ottavo. Don Luca è stato ordinato nel 2007, aveva da poco compiuto trent’anni. Quando, sei anni prima, era entrato in seminario, aveva già alle spalle una laurea in Giurisprudenza ed esperienze lavorative piuttosto originali. Prima ancora che internet diventasse ciò che è, aveva iniziato per conto dell’Unione Europea a studiare le ricadute giuridiche della proprietà intellettuale in un mondo che stava completamente cambiando. Nessuno, o quasi, si era ancora interrogato seriamente sul tema. Con queste premesse, ci si aspetterebbe un don Luca Peyron molto social e iperconnesso. Invece non troppo. Confessa: «Quando mi regalarono il Commodore 64, avevo dieci anni, mio padre mi disse che era meglio farseli i giochi piuttosto che usare quelli fatti da altri, così cominciai a perdere ore programmando in basic, guardando dentro al codice».


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